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      PSICOLOGIA E VITA QUOTIDIANA

    Tutti noi sappiamo come quotidianamente, che lo si voglia o no, c’è da fare i conti con tre entità, fonti di ogni meraviglie ed ogni genere di guai possibili. Queste tre entità sono:

  • IL MONDO REALE
  • LE ALTRE PERSONE
  • NOI STESSI
  • Quest'ultima occupa una posizione di primo piano nel nostro viaggio. In fondo, che ci piaccia o meno, si tratta della persona con cui ci toccherà convivere per tutta la vita. Ed è evidente che star bene con noi stessi sia fondamentale sia per una buona relazione con gli altri, sia per gestire nel modo migliore tutte le sorprese e le magagne che la vita ha in serbo per noi.
    Iniziamo allora ad esplorare alcuni degli aspetti che sono alla base del modo in cui ci consideriamo...


    Autostima e percezione di se’: quando lo specchio e’ rotto

    L’idea che abbiamo di noi stessi è una costruzione molto complessa, della quale non siamo nemmeno pienamente consapevoli. Diciamo che più che rifletterci sopra, la “agiamo”, cioè la incorporiamo inconsapevolmente nel nostro modo di agire, di relazionarci, di essere nel mondo. Non è monolitica ed uniforme, ma può diversificarsi in base agli ambiti ai quali ci si rapporta – possiamo sentirci eccellenti in un’attività, “mezze cartucce” in un’altra e totalmente imbranati e fuori posto in una terza; però, in ogni caso, quest'idea tende a proiettare su di noi un’ombra che può offuscare la corretta percezione del nostro valore di persone e delle nostre potenzialità. Un po’ come uno specchio rotto.
    Si tratta di una sensazione interiore che si è stratificata in anni di esperienze di vita, a volte anche molto negative, e che incorpora i riflessi delle valutazioni e delle emozioni altrui, nonché dei loro problemi e difficoltà relazionali. Non sempre, infatti, l’immagine che gli altri ci rimandano indietro è corretta, oggettiva, spassionata; è anzi facile che sia distorta da pregiudizi, bisogni, e tutto ciò che necessitano di vedere in noi per esorcizzare le loro paure.
    Sul passato, si sa, non è possibile agire. Si può, però, e anzi, si deve agire sul presente, iniziando ad analizzare la concezione che abbiamo di noi, per comprendere quali meccanismi, quali idee e sensazioni irrazionali possono condizionarla, viziarla, e in definitiva tarparci le ali o addirittura impedirci di godere della compagnia di noi stessi.

    L’autostima si basa soprattutto sulla percezione del nostro essere in cinque importanti aree della vita quotidiana: quella sociale (l’idea di sé in rapporto ad amici, persona amata, colleghi, compagni, estranei) quella scolastica/professionale (come lavoratori o studenti capaci o meno di raggiungere gli standard modellati dalla famiglia, dai compagni/colleghi e dagli insegnanti/superiori) familiare (il grado in cui ci si sente un membro della propria famiglia apprezzato, utile, amato e rispettato dagli altri), estetico-corporea (l’idea del proprio aspetto esteriore e delle capacità fisiche possedute), intellettivo-culturale (la sensazione di avere delle abilità mentali ed una cultura adeguate e valorizzate nel proprio ambiente). Ora, la prima cosa di cui è importante rendersi conto è il fatto che già la semplice idea che ci siamo fatti di noi stessi tende a condizionare il nostro comportamento in modo tale da “autoconfermare” l’idea stessa: è il cosiddetto effetto di “profezia che si autoavvera”. Quando globalmente l’autostima è buona, si tende ad affrontare con fiducia le diverse situazioni, adottando comportamenti propositivi, attivi ed efficaci; il risultato, com’è facile aspettarsi, è solitamente positivo, il che rafforza l’autostima in un circolo virtuoso. Viceversa, quando si ha poca stima di sé, ci si aspetta di non riuscire, e di conseguenza ci si ritira dall’azione o ci si impegna scarsamente, e per timore del comportamento e del giudizio altrui ci si può comportare in maniera inadeguata anche verso gli altri, attirando equivoci e fraintendimenti. L’aspettativa di fallire apre la strada al fallimento stesso, con un’ulteriore abbassamento dell’autostima: un circolo vizioso.
    E’ quindi importante imparare a non attribuire troppo peso alle nostre insicurezze e paure, anche perché si tende a credere che le proprie azioni ed aspetto siano notati e giudicati dagli altri in maniera largamente superiore a quanto avviene in realtà (il cosiddetto “effetto riflettore”).
    Altra tendenza comune è quella di spiegare il comportamento in termini di carattere e personalità, sottostimando il ruolo dei fattori legati al momento e alla situazione (”errore di attribuzione fondamentale”): nel caso di chi ha una bassa autostima, il rischio è attribuire sistematicamente le esperienze negative alle proprie capacità e caratteristiche (sottostimate), trascurando un’analisi più obiettiva del contesto.
    E’ quindi chiara l’importanza del mettere in discussione il concetto stesso che abbiamo di noi, quando ci accorgiamo che ci fa vivere male: sicuramente sarà stato generato - e tuttora sostenuto e viziato - da uno o più “errori cognitivi”, scorciatoie automatiche del pensiero che ci allontanano dall’obiettività di giudizio, essendo basate su premesse e meccanismi illogici. Ciò che le guida è uno stato emotivo nato da situazioni spiacevoli vissute in un determinato momento della nostra vita, che ha come “calcificato” la percezione di noi stessi, e che tende ad essere facilmente evocato di fronte a vissuti incerti e problematici. Esserne consapevoli è il primo passo per poterle identificare e contrastare, riconoscendone l’inconsistenza.

    - Deduzione arbitraria: il trarre conclusioni su di sé basandosi su prove deboli, o in direzione contraria rispetto a quella suggerita dalle prove stesse. Si tende, cioè, ad interpretare gli eventi esclusivamente sulla base delle esperienze passate, senza essere in grado di considerare spiegazioni alternative più plausibili per le esperienze del presente (se qualcosa era vera nel passato allora sarà sempre vera…);
    - Astrazione selettiva: il focalizzarsi su un dettaglio negativo, ignorando altri aspetti più importanti della propria persona
    -Generalizzazione eccessiva: il giungere ad una conclusione su di sé sulla base di uno o più episodi isolati, e per di più applicando quella conclusione ad altre situazioni ("sono un pessimo studente perché mi hanno bocciato; sono un buono a nulla...");
    -Ingigantimento e Minimizzazione: il sovrastimare in modo esagerato il negativo, i propri difetti, gli sbagli e gli errori commessi, e contemporaneamente sottostimare il positivo dimenticando o svalutando i propri pregi, abilità, capacità, ed in generale se stessi;
    -Personalizzazione: l’assumersi eccessivamente la responsabilità personale degli eventi negativi ("E' tutta colpa mia se mi ha lasciato");
    -Pensiero assolutistico e dicotomico (del tipo “tutto o niente”): la tendenza a collocare le proprie esperienze ed idee sul sé in categorie opposte e prive di sfumature: perfetto-difettoso, capace-incapace, buono-cattivo, ragione-torto…

    Si tratta di meccanismi che agiscono non solo sulla percezione di noi stessi, ma anche su quella degli eventi in generale, portandoci ad assumere un atteggiamento pessimistico, che non giova né all’autostima, né alla gestione della vita quotidiana. La nostra visione del mondo, infatti, finisce per “costruire” la realtà stessa, influenzando emozioni, azioni, non-azioni…e conseguentemente anche le reazioni altrui, le opportunità che afferriamo o che ci lasciamo sfuggire, le porte che nella nostra vita si aprono o si chiudono. Chi per timore di un esame non si presenta all’appello, non potrà mai superarlo, qualunque sia la sua preparazione; chi per sfiducia verso il genere umano non si apre almeno un po’ alle relazioni, non darà a se stesso l’opportunità di conoscere persone che gli faranno cambiare idea; chi, di fronte al dubbio, pensa ogni volta all’eventualità peggiore, si fa del male da solo; chi, leggendo queste parole, sta già immaginando come potrebbe ribaltarle nella convinzione di essere realista, in concreto si ostina a vedere solo una delle direzioni che la realtà potrebbe prendere, e di fatto si comporta come chi in una gara punta sul cavallo perdente.
    E’ come se ottimisti e pessimisti vivessero in due mondi diversi, poiché reagiscono agli stessi eventi in modo diametralmente opposto. Essere realisti di sicuro non significa avere un ottimismo indiscriminato….ma se è bene esser consapevoli che il bicchiere è mezzo vuoto, faremmo meglio a non ignorare la parte mezza piena, altrimenti rischiamo di buttar via tutta l’acqua e patire la sete inutilmente.


    Il pensiero positivo e le leggi di Murphy

    Le famose leggi di Murphy sono un divertentissimo esercizio di pensiero pessimista. Si prendono una serie di luoghi comuni e pensieri vari su cose, persone e situazioni, e li si costruisce al negativo: “se qualcosa può andar male, lo farà”. Leggerle è un vero spasso, persino quando le cose vanno davvero storte…ma se le si dovesse assumere come la bibbia personale della nostra esistenza, il mondo si fermerebbe. Non si uscirebbe più di casa. Anzi, no, nemmeno quello…perché la casa potrebbe caderci addosso!
    In realtà, se le leggi di Murphy sono uno spasso, non è solo perché ironizzano su tutta una serie di situazioni, ma perché, prese nel complesso, evidenziano il come sia possibile, VOLENDO, forzare la visione di ogni cosa al negativo.
    Un esercizio costruttivo ed utile alla nostra quotidianità sarebbe, invece, snidare i meccanismi del pessimismo, e metterli in discussione:
    - permanenza: l’idea irrazionale di fondo che le cose non possano cambiare;
    - pervasività: il vedere tutto nero, solo perché una o due cose vanno storte;
    - complesso dell’eroe negativo: se le cose vanno storte è colpa nostra, se vanno bene è fortuna, o merito di qualcun altro…
    Altro esercizio utile è coltivare un sano gusto della sfida. Le cose possono anche andar male, ma quest’idea non deve paralizzarci, perché agendo possiamo influenzare il corso degli eventi…almeno in parte. Sono soprattutto la speranza e la fiducia nella possibilità di migliorare le cose a fare la differenza fra chi è pessimista e chi non lo è.
    Infine, benché sia utile combattere il pessimismo sul suo stesso territorio, è importante al contempo evitare di focalizzarsi solo sulle aree problematiche della propria vita. Bisogna allargare gli orizzonti. Coltiviamo maggiormente quello che ci piace e che sappiamo di far bene e, in più, sperimentiamo anche cose nuove. In questo modo diamo alla nostra autostima la possibilità di conquistare positivamente nuovi territori, e rafforzare le postazioni in cui il pessimismo non ha avuto la meglio.









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