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      PSICOLOGIA E VITA QUOTIDIANA

    Tutti noi sappiamo come quotidianamente, che lo si voglia o no, c’è da fare i conti con tre entità, fonti di ogni meraviglie ed ogni genere di guai possibili. Queste tre entità sono:

  • IL MONDO REALE
  • LE ALTRE PERSONE
  • NOI STESSI
  • Forse tendiamo a darlo per scontato, ma la vita è sopratutto relazione. Cosa sarebbe il mondo senza le altre persone? Sicuramente un posto molto noioso e opprimente, senza nessuno con cui parlare, confrontarci, capirci. Possiamo essere dei tipi solitari oppure i classici animali da compagnia, non ha molta importanza. Ciò che conta è la qualità della rete comunicativa e relazionale in cui - per una ragione o per un'altra, in misura maggiore o minore - ci troviamo quotidianamente immersi. E quella qualità dipende anche da noi.


    Le trappole della comunicazione – se le conosci le eviti

    La cattiva comunicazione è una di quelle cose che possono notevolmente complicarci la vita. Sembrerà banale, ma anche l’avere una buona dialettica non implica necessariamente saper comunicare in modo efficace. Quando parliamo con qualcuno, ciò che trasmettiamo non è solo il messaggio in sé, le parole che usiamo, il nostro stile verbale; quello che arriva con più forza è il modo in cui ci poniamo psicologicamente, lo stato emotivo, l’intenzione con cui ci rapportiamo all’altro nel passargli il messaggio. L’influenza di questi aspetti è così grande che spesso finisce per essere il vero motore della comunicazione, il dialogo diventa territorio per piccole e grandi “lotte di potere”, e si perde di vista il fulcro del discorso.

    Ad esempio, in una comunicazione aggressiva si tende, più o meno consapevolmente, ad assoggettare l’altra persona. L’obiettivo è esprimere le proprie ragioni, con pochissima preoccupazione di ascoltare e comprendere quelle altrui: è’ la regola del “io vinco, tu perdi”. Lo stile espressivo è inequivocabile, e decisamente funzionale allo scopo: tono autoritario, ritmi rapidi (che lasciano poco spazio alla riflessione, specie quella di chi ascolta), tendenza a sovrapporsi all’interlocutore, forte presenza del pronome “io”, pioggia di accuse, domande minatorie, opinioni presentate come fatti e richieste come doveri; il tutto sovente infarcito di sarcasmo.

    Un esempio di comunicazione aggressiva potrebbe essere quella in cui Tizio avanza delle critiche al collaboratore Caio per un’imprecisione lavorativa:
    Tizio (tuonando): “CAIO! Ma perché non fai mai bene sta cosa?”.
    Caio: (spazientito ed afflitto per la critica generalizzata, e per non veder minimamente riconosciuto il lavoro che ha svolto col massimo dell’impegno): “Evidentemente non mi spieghi bene cosa fare”.
    Tizio: (ancora più arrabbiato): “Ah, e adesso sarebbe anche colpa mia? Mi ricordo benissimo quello che ti ho detto; ho un’ottima memoria, IO”.
    Caio: (sempre più mortificato, ma anche esasperato): “Ah, e secondo te io le cose me le invento? Ho capito che… (non riesce a finire la frase)
    Tizio: “Sei il solito polemico!”

    E via così litigando, finché uno dei due non decida di ritirarsi sconfitto leccandosi le ferite. Intanto, il problema lavorativo non si risolve.


    Non bisogna pensare che quest’atteggiamento sia esclusivo dei caratteri di base più aggressivi e prepotenti; a tutti (anche ai più calmi!) capita, a volte, di adottarlo in particolari circostanze, e per alcuni di noi può anche essere una reazione costante e automatica quando viviamo stati di rabbia e tensione; tutto dipende da come abbiamo imparato, in passato, a gestire queste situazioni. Le conseguenze sono facilmente immaginabili: se di fronte ad un interlocutore timoroso avremo dei vantaggi immediati, riuscendo ad imporre la nostra volontà, a lungo termine persistendo in quest’atteggiamento è probabile che collezioneremo attorno a noi malumori, insoddisfazioni, inimicizie, rabbia inespressa, rapporti basati sul timore e sui sensi di colpa…e ovviamente, rottura di relazioni.

    Viceversa, in una comunicazione passiva si tende a mettersi in secondo piano, cedendo consapevolmente o meno all’altro un certo potere sulla situazione. L’obiettivo è proteggersi dal pericolo mentalmente associato all’evento: “Io perdo, tu vinci (ma non farmi male…)”. In questo caso lo stile espressivo è ricco di affermazioni vaghe, brevi, ripetitive e incompiute; il pronome “io” compare poco, ma in compenso sono frequenti i richiami ai propri doveri e le espressioni di giustificazione, autocommiserazione e minimizzazione dei propri bisogni. Così facendo, si tende ad esaurire in fretta la conversazione (ed a sottrarsi con rapidità alla situazione ansiogena del confronto) evitando momentaneamente il conflitto; talvolta si attirano anche la simpatia e la benevolenza altrui, e in certi casi si finisce persino a dominare dal basso, attraverso la manipolazione e/o la colpevolizzazione dell’altro (“Tu credi di vincere – ma in realtà vinco io”). Tuttavia, il prezzo da pagare è che più spesso gli altri finiscono per imporre la propria volontà, perché non si riesce a dire di no; inoltre, persistendo in quest’atteggiamento, i problemi interpersonali non si affrontano mai e tendono ad aggravarsi, con ripercussioni molto negative sulla propria autostima, ed aumento della possibilità di scivolare, da un momento all’altro, nello stile aggressivo. Sensi di colpa, una bassa autostima, o anche semplicemente un’eccessiva educazione possono portare a vivere situazioni del genere.

    Ecco in proposito un esempio di dialogo tra marito e moglie, su una questione banalissima, in cui lei perde quasi subito il controllo della situazione:
    Marito: “Oggi ho risentito quel mio vecchio collega. Mi piacerebbe proprio se potessimo fare un salto da lui uno di questi giorni”.
    Moglie (preoccupata, perché non le va proprio, ma non vuol dispiacere al marito): “Si?”
    Marito: “Beh si. Lui e sua moglie ci invitano sempre, e noi non ci facciamo vedere quasi mai, diamo sempre buca accampando scuse. Che figura ci faccio?”
    La moglie, palesemente preoccupata, non sa che dire e resta in silenzio.
    Marito: “Mi sento in colpa, sembra che non ce ne freghi nulla di vederli”
    Moglie (inizia a sentirsi in colpa verso il marito): “Ho capito…”
    Marito: “Domani sera hanno organizzato una cena da loro, ci saranno anche gli altri. Dista anche poco da casa nostra”.
    Moglie: “Ah…….”(lungo silenzio).
    Marito: “Che ne pensi, ti va se andiamo?”.
    Moglie (molto esitante) “Non saprei…magari più in là…”
    Marito (inizia ad arrabbiarsi): “Mi fai sempre il muso quando si tratta di vederli! C’è sempre qualche problema! Non posso continuare a dirgli di no.”
    Moglie (esasperata e ferita): Se sei già deciso ad andare, che me lo chiedi a fare? Ne abbiamo parlato tante volte, ma non mi capisci e t’importa solo di quello che possono pensare loro!”

    E’ evidente che la moglie, adottando tendenzialmente uno stile passivo, di fronte alle troppe pressioni si è sentita incompresa, ed impossibilitata a sottrarsi “all’allegra serata” prospettatole dal marito, ha finito per rinunciare alla passività ed è scesa sul piede di guerra…


    Come reagire a situazioni comunicative difficili senza diventare aggressivi e senza farsi “schiacciare” dagli altri? Nella vita capita di avere a che fare anche troppo spesso con soggetti collerici, interlocutori invadenti, manipolatori o indiscreti, per cui è necessario sapere come gestirli e non lasciarsi invischiare in inutili battibecchi, discussioni tese e litigi senza fine. Certo, non sarà sempre possibile trasformare la comunicazione in un’esperienza piacevole e costruttiva, ma quantomeno si riuscirà ad uscirne col minor danno possibile, e senza perdere di vista il fulcro del discorso.

  • Asserzione negativa - È la risposta più utile in caso di critiche e attacchi eccessivi ma motivati. Di solito, di fronte alla consapevole ammissione dei propri errori e al desiderio di utilizzare la critica per migliorare, l’aggressore tende a placarsi e ad evitare ulteriori attacchi.

    Tizio (tuonando): “CAIO! Ma perché non fai mai bene sta cosa?”.
    Caio (cercando di concentrarsi sul problema invece che sulla propria irritazione): “Mi sono impegnato molto, ma ci dev’essere qualche dettaglio che non mi è ancora chiaro. Spiegami cosa non va, così andiamo avanti.”

    Nemmeno il più dispotico dei Tizi riuscirebbe facilmente a replicare di fronte a una difesa così ben fatta. La sua attenzione tornerebbe rapidamente sul lavoro da fare.


  • Inchiesta negativa – Invece, di fronte ad attacchi manipolativi o immotivati, è utile cercare di approfondire la critica spostando l’attenzione da se stessi ai comportamenti o alla situazione concreta, e accettare la possibilità di aver commesso errori senza però darla per scontata. In questo modo si può trasformare lo scontro in un confronto costruttivo, ed eventualmente confutare con più facilità le critiche mosse senza fondamenti.

    Poniamo ad esempio il caso che Tizio sia proprio un osso duro e abbia scambiato Caio per il capro espiatorio della propria insoddisfazione personale.
    Tizio: “Tu non capisci niente!”
    Caio: “Cos’è che secondo te non capisco?”
    Tizio: “Questa relazione è troppo lunga. Le fai sempre così, e sprechi anche un sacco di tempo”
    Caio: “Ah, sì lo so. Ma ritengo che non sia possibile sintetizzarle senza omettere dettagli importanti.”.

    L’inchiesta di Caio ha consentito di ridurre l’attacco generalizzato di Tizio ad una critica specifica, ed inoltre ha consentito di problematizzare anche quest’ultima.


  • Disco rotto – E’ una strategia comunicativa nettamente difensiva, consigliata soprattutto con sconosciuti molesti o conoscenti invadenti e inopportuni. Consiste nel restringere progressivamente la risposta ad ogni battuta, focalizzandola sempre più sul proprio punto di vista ripetuto in modo immutato, un po’ come accade alle frasi delle canzoni quando i vecchi dischi in vinile si graffiano. Il risultato è che raramente la comunicazione può evolvere positivamente, ma si evitano escalation pericolose.

    Poniamo il caso della classica telefonata promozionale, dove il telefonista vuole vendere a Sempronio un tappeto persiano. A Sempronio in questo momento non importa nulla dei tappeti, ma essendo una persona gentile e rispettosa del lavoro altrui, non ama sbattere il telefono in faccia alle persone.
    Telefonista: “Come le stavo spiegando, in questo periodo siamo nella sua città, e le offriamo di vedere gratuitamente, a casa sua e senza impegno, i nostri bellissimi tappeti persiani, lavorati artigianalmente da artisti del settore. Se mi dice il giorno e l’ora che le riesce più gradita posso fissare un appuntamento con il nostro rappresentante”.
    Sempronio: “La ringrazio per l’informazione, ma in questo momento non sono interessato ai tappeti persiani”.
    Telefonista: “Capisco, ma è un’occasione che non si ripresenterà facilmente. Può vederli senza impegno e poi pensarci quanto vuole. Il nostro corriere glieli porterà a casa in seguito, quando deciderà di acquistarli, e senza spese di spedizione”.
    Sempronio: “E’ un ottima offerta, ma in questo momento non sono interessato ai tappeti persiani”.
    Telefonista: “Non crede che potrebbe pentirsene rifiutando questa opportunità? Non è sensibile all’arte?”
    Sempronio: “Mi piace l’arte, ma sa, è che in questo momento non sono interessato ai tappeti persiani”.
    Telefonista: “La prossima settimana siamo ancora qui, se vuole la richiamo, non si privi dell’opportunità di guardarli”.
    Sempronio: “Non si disturbi, non sono interessato”.
    Telefonista: “Li guardi prima, così le sarà più facile capire se davvero non è interessato”.
    Sempronio: “Non sono interessato”.

    Anche se il Telefonista è un vero e proprio stakanovista del lavoro, ed un campione in fatto di tecniche di persuasione, prima o poi deve mollare il colpo.


  • Fogging – Alzare una sorta di cortina fumogena è sicuramente utile per depistare un interlocutore incalzante e farlo rallentare, in modo da prendere tempo per organizzare meglio le proprie difese. La “nebbia” in questi casi può essere il semplice parafrasare quanto detto dall’altro senza esprimere ancora le proprie intenzioni, oppure disseminare nel discorso distrattori di ogni genere.

    Vediamo che cosa può succedere, ad esempio, se la moglie, rispondendo al marito su quella questione del vedere il collega, inizia a tirar fuori un po’ di nebbia:
    Marito: “Oggi ho risentito quel mio vecchio collega. Mi piacerebbe proprio se potessimo fare un salto da lui uno di questi giorni”.
    Moglie (prendendo tempo): “Ah, bene. Come sta?”
    Marito: “Abbastanza bene, gli piace il lavoro nella nuova azienda. Appena ci vediamo mi racconta meglio. Ha organizzato una cena a casa sua domani sera”.
    Moglie: “Mi fa piacere, sono contenta che si trovi bene. Quando lo risenti salutamelo. Com’è andata la giornata? Io ho avuto molto lavoro, e sono davvero stanca…”
    Marito: “Ah…povera piccola! Anche io ho avuto una giornata pesante, e devo anche fargli sapere al più presto se ci siamo alla cena…
    Moglie (coccolandolo): “Cosa ti è successo al lavoro?”
    Marito: “Mah, la solita routine…che gli dico al mio collega?”
    Moglie: “Pensaci su... Io vado a rilassarmi un po’. E’ anche ora di cena…”.
    Marito: “Ma non si può proprio parlare con te di sta cosa….”
    Moglie: “Caro, sono stanca e c’è la cena da preparare. Valuta tu la situazione”.

    Probabilmente il marito resterà spiazzato e dovrà gestire da solo il problema, ma almeno il litigio è stato evitato. Allo stesso tempo, la moglie è riuscita a far passare in modo sottile il messaggio che è un periodo stressante e non ha voglia di impelagarsi in situazioni mondane. Non solo, ma ha anche sottolineato il fatto che ci sono degli impegni familiari cui far fronte che richiedono attenzione (insomma, che non esiste solo il suo problema col collega..)


  • Tutte queste strategie comunicative, che hanno in comune il non essere aggressive, tutelando allo stesso tempo se stessi, i propri diritti, bisogni e necessità, sono dette “assertive”.


    Io vinco, tu vinci: la comunicazione assertiva

    Se lo stile aggressivo e quello passivo comportano insoddisfazione per almeno una delle parti, con l’assertività si offre spazio sia ai propri argomenti che a quelli dell’interlocutore - ed alle rispettive esigenze e stati d’animo - grazie al confronto e alla trattativa. Siamo assertivi quando ci esprimiamo in modo chiaro, con voce ferma ed espressiva, guardando in volto l’altro, ma senza intimidirlo; le nostre opinioni non sono spacciate per fatti indiscutibili, e le nostre richieste sono presentate come tali, cioè come desideri, non obblighi o pretese; i suggerimenti sono offerti in modo non costrittivo né colpevolizzante, e le critiche sono costruttive; le domande sono volte a comprendere l’altro, anziché manipolarlo, e le soluzioni proposte mirano a risolvere i problemi nel reciproco interesse. Il principio che ispira la comunicazione è “io vinco, tu vinci”, ed alla sua base c’è una profonda consapevolezza di quelli che sono i diritti emotivi di base di ognuno di noi.

    Decalogo dell’assertività

    • Ho diritto a dire di no
    • Ho diritto ad avere bisogni e necessità personali, anche diversi da quelli degli altri, ed esprimere ciò che sento
    • Ho diritto ad esprimere le mie opinioni, anche quando non concordano con quelle altrui; ho il diritto di valutare senza giudicare
    • Ho il diritto di essere ascoltato e rispettato, e ho il dovere di ascoltare e rispettare gli altri
    • Ho il diritto di dire “non so…” “non capisco…” “non m’importa…”
    • Ho diritto a comportarmi in modo illogico
    • Ho il diritto di cambiare opinione
    • Ho diritto a sbagliare in buona fede ed assumerne la responsabilità
    • Ho diritto a chiedere aiuto
    • Ho diritto ad insistere su qualcosa che mi spetta o che ritengo giusto, evitando di diventare aggressivo o passivo

    HO DIRITTO AD ESSERE ME STESSO E RICERCARE IL MIO BENESSERE SENZA SENTIRMI IN COLPA, E HO IL DOVERE DI COMPRENDERE I BISOGNI E DESIDERI ALTRUI EVITANDO DI ARRECARE LORO DANNO.

    Ma, anche avendo un buon equilibrio emotivo, essere assertivi non è sempre facile: tutt’altro. Le situazioni quotidiane mettono a dura prova sia la nostra pazienza che le nostre capacità di sopportazione. E’ quindi utile “allenarsi” a riconoscere sia in noi stessi che negli altri quegli errori cognitivi ricorrenti che tendono a generare - ed a essere a loro volta scatenati, in un circolo vizioso - dai comportamenti passivi ed aggressivi.

    - Il pensiero dicotomico: è una forma mentis assolutista e molto limitante, poiché intrappola chi la vive in un mondo bidimensionale in cui si finisce per arrogarsi aggressivamente il diritto di giudicare tutto e tutti. L’assertività richiede invece un pensiero elastico, variegato. Bisogna capire che vi è tutta una scala di grigi fra il bianco e il nero, molti modi diversi di essere amici, molti livelli di verità, ed il bene ed il male possono dipendere dalla prospettiva con cui si guarda alle cose...
    - L'anticipazione negativa: immaginare il peggio sul futuro non serve a nulla, se non a predisporre comportamenti aggressivi o passivi. Bisogna dare agli altri ed alle situazioni quanto meno il beneficio del dubbio.
    - L'interpretazione: iniziamo ad interpretare il comportamento altrui e le situazioni quando non ci accontentiamo di accettare le cose per come ci vengono presentate. In questo modo rischiamo di distorcere la realtà in conformità alla nostra versione dei fatti, e troviamo il pretesto per riversare sull'altro la responsabilità della rabbia o del rancore che proviamo nei suoi confronti, incrementando la nostra aggressività. E’ importante imparare a non interpretare in assenza di riscontri reali alle nostre ipotesi. Teorie e realtà dei fatti non vanno confuse.
    - La lettura del pensiero: se l'interpretazione riguarda le situazioni ed i comportamenti, la lettura del pensiero si riferisce ai processi mentali ed alle emozioni. Facciamo un errore ogni volta che presumiamo di conoscere i pensieri o gli stati d’animo altrui senza che ci siano stati espressi, ed altrettanto ingenuo è il pretendere che gli altri siano in grado di leggere i nostri. E’ comune, in una coppia, arrivare prima o poi a dire o a pensare "se mi amassi davvero non lo avresti fatto". Soprattutto le persone passive tendono a pensare che gli altri possano capirli intuitivamente, e quando ciò non succede li giudicano "insensibili". E’ bene tener presente, invece, che non tutti vivono le cose allo stesso modo, e che l’intuizione può avere grossi limiti. Per lo stesso motivo, non possiamo sapere con esattezza ciò che è bene per gli altri, ed azzardarci ad interferire con la loro vita autogiustificandoci con la scusa che lo facciamo per il loro bene. In realtà il bene che abbiamo in mente è il nostro bene, che non coincide necessariamente con quello altrui. Questo tipo di errore conduce, anche inconsapevolmente, alla manipolazione degli altri.
    - L'autogiustificazione: quando sbagliamo, la prima reazione è tentare di giustificarci ricercando la causa dello sbaglio più all’esterno che nei nostri errori (“Ho esagerato, è vero, ma lui mi ha provocato…”). Questo non ci aiuta a migliorare.


    Ricordiamo che curare la comunicazione può renderci molto più semplice il rapporto con gli altri, che siano sconosciuti, conoscenti o amici. E, a maggior ragione, è importantissimo nella vita di coppia, dove non bisognerebbe mai dimenticare che l’obiettivo non è vincere, ma stare bene insieme.


    Croci e delizie della vita amorosa

    Il bisogno d’Amore è una costante universale di ogni tempo, ma tende a declinarsi con molte sfumature sia nelle diverse persone che nei diversi momenti storico-culturali. Anche volendo tralasciare le variabili soggettive, ci troviamo a fare i conti, nella società occidentale, con modelli culturali di Amore già di per sé molto complessi, che ereditano influenze dall’antica tradizione dell’amor cortese, dagli ideali dell’età puritana, fino alle più recenti istanze di autorealizzazione proprie degli anni Sessanta (e a questo proposito va detto che la società attuale propone dei modelli fortemente individualistici che non favoriscono affatto la creazione e la conservazione di relazioni intime; il tasso attuale dei divorzi e delle separazioni in realtà non dovrebbe stupire).
    Parlare d’Amore, quindi, non è semplice, ed al di là dell’entusiasmo, della passione e del sogno personale che viviamo, nemmeno vivere l’Amore giorno dopo giorno può essere semplice. La Persona Amata può affascinarci per mille motivi; al di là dell’inevitabile attrazione fisica, può essere intellettualmente stimolante, avere i nostri stessi valori, comprenderci in profondità, aver cura di noi o ancora spalancarci di fronte universi sconosciuti, nuovi interessi,e avere quel tipo di personalità, atteggiamenti ed attitudini che si fondono con i nostri, dandoci quella rassicurante sensazione di completamento. Per non parlare di quel quid, pressoché indefinibile, che ci fa innamorare perdutamente, e che è giusto lasciare al linguaggio della poesia, piuttosto che a quello della psicologia…

    Tuttavia, anche la relazione più intima, profonda e forte può essere minacciata da alcune insidie, verso le quali è importante stare in guardia.
    Anche se, comunemente, ci è più facile (e forse anche comodo) pensare che una coppia si separi per ragioni “esterne”, in realtà, ad un’analisi profonda possiamo comprendere che non è così.
    Pensiamo, ad esempio, ai più classici “attacchi” verso la coppia:
    - le intromissioni negative da parte di amici o familiari;
    - i cambiamenti lavorativi che si traducono in variazioni dello stile di vita;
    - la presenza nei dintorni di persone affascinanti per uno o entrambi i membri della coppia.
    E’ bene essere consapevoli del fatto che queste minacce, benché possano essere molto disturbanti e provocare forti tensioni e dispiaceri, si rivelano veramente pericolose solo se la coppia è in sé piuttosto debole e non è disposta a mettersi profondamente in gioco, fare delle rinunce ed investire se stessa per superare gli eventuali problemi.
    Pensiamo anche a quelle situazioni in cui le persone restano intrappolate nell'idealizzazione di coloro di cui s'innamorano, non riuscendo a vederli per come sono realmente... e poi, quando quest'incanto per qualche ragione si spezza, si trovano accanto uno sconosciuto che sopportano a malapena. E' bene essere consapevoli che nell'innamoramento, specie nella sua fase iniziale, entrano in gioco dei forti meccanismi proiettivi, in cui non solo ognuno tende a voler mostrare solo il meglio di sé, ma questo meglio fatalmente "attira" ed ingloba anche i desideri e le attese dell'altra persona, che finisce per vedere sopratutto quello che vuole vedere. Quando queste proiezioni sono molto forti, e quando l'altra persona tende a conformarsi per desiderio di piacere, lo scontro con la realtà (che non si può aggirare in eterno) può essere traumatico.
    I momenti di crisi, poi, sono le classiche situazioni in cui un “attentatore” esterno di qualsivoglia tipo può infilarsi e fare il bello e il cattivo tempo sul destino della coppia (e questo a prescindere dalla sua malizia o buona fede).

    Bisogna però ricordare che la crisi ha in sé anche potenzialità positive. La stessa etimologia della parola (la radice greca suggerisce il concetto di “scelta”) le indica, e la cultura cinese le sottolinea ulteriormente, essendo la parola “crisi” composta da due ideogrammi: il primo, wei, sta per “problema”, il secondo, ji, per opportunità. E’ come se la crisi aprisse dinanzi a noi un bivio, imponendoci di scegliere: una direzione può portare al peggiorare delle cose (ed è quella su cui purtroppo spesso tendiamo a focalizzarci); l’altra, magari all’apparenza più nascosta e trascurata, ad un cambiamento costruttivo, un miglioramento degli equilibri di fondo nella coppia e in noi stessi.

    Possiamo identificare cinque importanti indicatori di buona salute e longevità di coppia:

    1. Presenza di un’idea condivisa sulla natura della coppia e del rapporto di Amore, e fedeltà ad essa.
    Se le due persone non sono d’accordo su cosa significhi e cosa comporti stare in coppia, sulla natura del legame, dei valori e dei sentimenti in gioco, sull’idea che hanno dell’Amore, e se non sono fedeli a ciò che entrambi riconoscono come i presupposti di base della coppia stessa, la probabilità che si separino alla prima crisi è molto elevata.
    2. Buon equilibrio psicologico dei membri della coppia.
    E’ un aspetto molto importante, e non solo perché per la maggior parte di noi può essere difficile vivere a fianco di una persona “problematica”, ma soprattutto per il fatto che le difficoltà psicologiche possono paradossalmente costituire un collante della coppia stessa…finché non vengono superate. L’esempio tipico è quello della coppia in cui uno dei due cerca soprattutto un appoggio, e l’altro ha bisogno di essere colui che protegge e che “salva”. Nel momento in cui l’uno o l’altro, col passare del tempo, dovesse liberarsi del ruolo in cui i propri nodi lo imprigionano, si creerebbe un grave alterazione negli equilibri sui quali la coppia si fondava, e la separazione sarebbe una conseguenza quasi inevitabile. Infine, l’equilibrio personale è importante anche perché permette di gestire in maniera meno negativa gli eventuali momenti di crisi o di difficoltà della vita a due: gli alti e bassi del desiderio sessuale (e gli eventuali problemi presenti in questa sfera), i momenti in cui l’altra persona ci sembra più assente e più assorbita da altre aree della sua vita, i periodi di stress generati da fattori anche esterni alla coppia, ma che si ripercuotono sull’umore, e così via.
    3. Buona conoscenza di sé e dell’altro, e rispetto delle reciproche esigenze.
    Una scarsa capacità introspettiva, il conoscere poco la propria natura ed i propri bisogni profondi, l’egocentrismo, la prepotenza, l’egoismo o - all’opposto - un eccessivo altruismo che porta a mettere sistematicamente da parte le proprie esigenze, la conoscenza superficiale dell’altra persona, l’imprigionare l’altro nei classici stereotipi maschili e femminili o in quelli tipici del proprio retroterra socioculturale sono tutti fattori che possono portare alla classica “incompatibiltà di coppia”. Va inoltre considerato che ognuno di noi è portatore di esigenze in parte opposte tra loro, come da un lato il bisogno di intimità e dall’altro quello di autonomia; per cui si desidera far entrare la Persona Amata nel proprio mondo, ma allo stesso tempo può esserci il timore di avere, da parte sua, un’invasione irrispettosa. O ancora, si desidera da un lato la stabilità, e quindi che il rapporto sia sicuro, fidato, e non riservi brutte sorprese, e dall’altro novità e cambiamenti - una delle classiche minacce interne ad una relazione è la noia, per cui abbiamo bisogno di sorprese ed un pizzico di imprevedibità. Di solito ognuno di noi tende ad oscillare, in periodi diversi, prevalentemente verso l'una o l’altra delle diverse esigenze; il problema nasce quando la Persona Amata non sta attraversando la nostra stessa "fase", e può quindi malinterpretare i nostri comportamenti (e la stessa cosa può capitare a noi). E' qui che la capacità di comprendersi e venirsi incontro reciprocamente può far si che la coppia riesca a superare nel migliore dei modi il periodo di "non sintonia".
    4. Buone capacità di comunicazione e negoziazione dei conflitti.
    Si tratta di un punto di forza fondamentale, d’aiuto non solo nella risoluzione dei piccoli problemi di ogni giorno, ma anche nei periodi di forte crisi e stress. Comunicare non è qualcosa di meccanico e banale; non basta "parlare" per comunicare - anzi, le parole possono essere usate anche come barriere - ed a volte non è nemmeno necessario. Esiste anche un linguaggio non verbale, fatto di gesti, espressioni, toni di voce, che all'interno di una coppia è particolarmente importante...anche se non spesso non basta, specie se si tratta di risolvere dei problemi. Comunicare significa innanzitutto essere disponibili a mettersi in gioco nel rapporto, "venire fuori", esprimersi; senza dimenticare che dall'altra parte c'è una persona che ha il nostro stesso bisogno di essere compresa ed ascoltata, ed a volte anche rispettata nel suo silenzio. Saper comunicare richiede assertività ed empatia, capacità di farsi capire e di capire l'altro, non perdendo mai di vista il bene comune della coppia. E’ per questo che una buona comunicazione è uno di quei fattori che può “tamponare” eventuali deficit nelle aree di cui abbiam parlato prima, e portare a miglioramenti, o, nel caso peggiore, ad una “buona” separazione. Di converso, le scarse capacità empatiche e comunicative sono un altissimo fattore di rischio del rapporto.
    5. Buona capacità della coppia di evolversi nel tempo insieme ai membri che la compongono.
    E’ l’altra risorsa “tampone” della coppia. Quando le cose cambiano per un aumento della consapevolezza personale di uno od entrambi i membri, con conseguenze conflitto delle reciproche esigenze, la capacità della coppia di cambiare ed evolvere insieme alle persone stesse è un’arma vincente. I rischi legati all’evoluzione personale, e il timore che la Persona Amata non li accetti ci sono sempre, ma quando l’individualismo non la fa da padrone, le capacità di comunicare ed aprirsi nel dialogo sono buone e la struttura di personalità non è troppo rigida le prospettive per la crescita di coppia ci sono sempre. Anche perché, a lungo termine, la vita inevitabilmente porta dei cambiamenti, e la capacità di adattarsi è da sempre sinonimo di sopravvivenza e longevità. Tra l’altro, non bisogna sottolineare nemmeno l’impatto degli eventi positivi, il più importante dei quali può essere la nascita di un figlio. Anche in questo caso, è importante sapersi evolvere da coppia a famiglia, gestire e affrontare insieme questo delicato passaggio e tutto ciò che comporta in termini di nuovi ruoli, responsabilità ed impegni.

    Riflettendo e lavorando su questi aspetti, ogni coppia può coltivare degli spazi per migliorare il proprio benessere ed equilibrio.









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