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      I Disturbi Psicopatologici

    Se io potrò impedire
    a un cuore di spezzarsi
    non avrò vissuto invano.
    Se allevierò il dolore di una vita
    o guarirò una pena
    o aiuterò un pettirosso caduto
    a rientrare nel nido
    non avrò vissuto invano.

    (Emily Dickinson)



    Quando la sofferenza interiore, il disagio, l'impatto emotivo di traumi ed eventi critici o anche le difficoltà con le altre persone o con la vita di tutti i giorni diventano molto forti e persistenti, possiamo arrivare a dubitare del nostro equilibrio mentale. Così, spesso, iniziamo a chiuderci annegando tra pensieri, angosce e tormenti, ci sentiamo soli e smarriti, non riusciamo a dormire, a studiare, a lavorare, a mangiare con equilibrio. O, magari, ci sembra di perdere il controllo di parti di noi stessi e della nostra vita. Gli altri ci guardano con perplessità e preoccupazione, oppure nemmeno se ne accorgono e sono mille miglia lontani dal riuscire a immaginare quel che stiamo passando.
    Che dobbiamo fare? Cosa ci sta succedendo?

    Cose che escono dalla porta e rientrano dalla finestra

    Innanzitutto, anche se non capiamo cosa ci accade e perché, cerchiamo di reagire e non farci bloccare dalla paura: non farebbe che amplificare le nostre difficoltà. Pur non drammatizzando, resistiamo alla tentazione di negare il problema a noi stessi, per il timore di essere “pazzi”: se il problema c'è, non cessa di esistere solo perché guardiamo da un'altra parte. Cerchiamo informazioni, e se ci sembra opportuno parliamo con persone esperte o con uno specialista, chiediamo aiuto. E’ la cosa più intelligente da farsi, e non c’è nulla di male. Nell'affidarci a qualcuno, però, accertiamoci che sia un professionista del settore. Non basta il nostro medico di fiducia: consultarlo inizialmente è sempre un'ottima idea, anche perché alcuni disturbi fisici possono manifestarsi con sintomi di tipo psicologico. Ma, se l'organismo è in buona salute, rassicurazioni e medicinali non sempre servono. In determinati casi, e per certi specifici disturbi, possono essere indicati gli psicofarmaci, ma non da soli in quanto agiscono su aspetti specifici (neurofisiologici) del problema, e non sulla sua totalità. La pillola che risolve ogni problema, malgrado i miti che circolano al riguardo, non esiste. A volte può succede di star meglio prendendo una medicina solo perché crediamo ci faccia star meglio. Si chiama “effetto placebo”. E' il solito vecchio discorso del girare la testa da un'altra parte. Ma spesso il problema, cacciato dalla porta, rientrerà dalla finestra. Non prendiamoci in giro da soli, e non lasciamo che altri lo facciano.

    Panta rei – Tutto scorre

    Secondo: bisogna avere fiducia. Non scoraggiamoci. C’è sempre qualcosa che si può fare, anche quando stiamo male da tanto e tutto ciò che si è provato in precedenza è stato inutile. Talvolta ci vuole tempo, talvolta è necessario cambiare strada, anche ripetutamente. Non bisogna temere i cambiamenti, ci aprono nuove possibilità. Magari in passato il problema non è stato compreso appieno, o forse non è stato possibile affrontarlo nel modo più efficace, o non c'era la motivazione giusta.

    Fuggire dalla Tranquilla Disperazione

    Terzo: dimentichiamo la vergogna. Dimentichiamoci il timore di essere “anormali”, diversi, incapaci, falliti, colpevoli. Siamo forti, perché non abbiamo paura di guardare in faccia ed affrontare le nostre difficoltà, riprendendo in mano i fili della nostra vita. La crisi può essere il modo di rendersi conto che qualcosa ce li sta portando via; e può capitare così spesso, ed in modo così sottile, che le persone nemmeno se ne accorgono. Scriveva Henry David Thoreau: “La maggioranza dell'umanità conduce un'esistenza di tranquilla disperazione”. E, già che abbiamo sfatato il mito della pillola che tutto risolve, sfatiamo anche quello della “normalità perfetta”: nessuno è completamente “sano”, ed il pieno e totale benessere psicologico è più un ideale cui tendere che non una realtà diffusa. In certe condizioni gli equilibri di ciascuno di noi vengono messi a dura prova, e possono incrinarsi. Contrapporre in modo netto e assoluto normalità e patologia non ha senso.

    Aurora di Liberazione (Dalì - L'Aurora)


    Due parole sul mito della Normalità

    Quanti di noi passano gran parte della vita cercando di comportarsi in modo “normale”, per essere accettati in società, non sentirsi da meno degli altri ed avere la sensazione di essere “dalla parte giusta”, forte dell’appoggio e del sostegno altrui? Non solo: il concetto di normalità ci aiuta a prevedere il comportamento della gente, cosa aspettarci da loro; è in qualche modo “rassicurante”. Persino chi ama trasgredire, per poterlo fare ha ben in mente un’idea di normalità da prendere a sberleffi, sfidare ed a cui contrapporsi. Ma cos’è la normalità? E soprattutto, chi stabilisce cosa è normale? Bisognerebbe chiederselo, dato che fin troppo spesso si finisce per travisare questo concetto, o dargli un’importanza che non merita.
    “Lo fanno tutti, è normale”. Questa frase, comune e banale, in realtà è magica: racchiude tutte le molteplici sfumature che impregnano il concetto di normalità. Lo fanno tutti....la normalità è quindi innanzitutto una dimensione statistica. E' normale ciò che è più frequente, sono normali le caratteristiche e i comportamenti della maggior parte delle persone. In effetti, gli stessi Disturbi Psicopatologici sono statisticamente infrequenti. Tuttavia, nel farsi un'idea della “normalità” si tende a guardare troppo la propria realtà sociale, pensando ingenuamente che ciò che conosciamo della natura umana sia universalmente valido. In più, i comportamenti più diffusi non è detto siano necessariamente positivi: la mediocrità può spesso essere la norma, mentre, ad esempio, un’intelligenza particolarmente elevata o uno stato di felicità ed autorealizzazione notevoli sono condizioni “infrequenti” e non di meno preferibili al normale...considerazione solo apparentemente scontata, dato che “lo fanno tutti” è spesso usato come giustificazione o forma di pressione, quasi a dire che ciò che è normale è anche giusto (e ciò che devia, sbagliato). La normalità, quindi, tende ad inglobare anche una dimensione etico-normativa, ponendosi come una spinta a conformarsi, divenendo terreno per scontri di potere, e rivelando ampiamente la sua natura di costruzione storica e culturale.
    Parlare di comportamento normale in senso assoluto è quindi molto difficile, ma ciò non deve scoraggiare. Piuttosto chiediamoci: abbiamo davvero bisogno di definire la normalità? E se si, ci serve per capire qualcosa, o per rassicurarci da qualcosa?


    La Malattia: un “punto di vista”

    Peter Sedgwick soleva pensare che “le malattie sono invenzioni dell’uomo…non ci sono malattie o disturbi in natura”. A tal fine fece giustamente notare come il carbonchio delle patate sia una malattia dal punto di vista degli esseri umani, per il semplice fatto che questi vogliono coltivare le patate. “Se l’uomo volesse coltivare parassiti invece che patate, non vi sarebbe malattia, ma semplicemente il necessario terreno di coltura per i parassiti”.
    L’esistenza del concetto stesso di malattia implica necessariamente il punto di vista dell’osservatore, il fine che persegue.


    Devianza e Disturbi Psicopatologici

    In verità, la devianza di un comportamento è spesso il criterio più arbitrario e potenzialmente dannoso che possiamo usare come indizio di psicopatologia o “malattia mentale”. Ciò perché la nostra visione della devianza, lungi dall'essere “neutra”, è fortemente psicologica e “politica”: si lega ad esigenze di sicurezza, certezza, autoconferma del nostro ordine morale o di quello sociale. Quante volte, nella storia, le persone percepite come sovversive o semplicemente destabilizzanti per i valori dominanti sono state rinchiuse in ospedali, manicomi, o addirittura criminalizzate e uccise? Troppo spesso potere politico e concezioni psichiatriche hanno (consapevolmente o meno) colluso per soffocare le forze del cambiamento, piuttosto che aprire spazi di riflessione e confronto su di esso. Oggi è difficile che le “Streghe” vengano bruciate sul rogo, per lo meno in Occidente; tuttavia l'ostracismo sociale può essere altrettanto efficace nel distruggere la vita di una persona. Pensiamo semplicemente all'omosessualità: fino a una ventina di anni fa, l'OMS la considerava ancora una “malattia”, e non di rado nella mentalità comune è ancora percepita come tale, o con accezioni ancor peggiori (una “perversione”). Eppure il modo in cui è stata considerata nella storia varia molto, in base alle epoche, alle culture e alla civiltà. E, in generale, oggi i parametri per definire la devianza tendono ad essere poco uniformi, per la presenza, specie nelle società moderne, di varie subculture oltre quella dominante, che esprimono valori e modelli comportamentali diversi. Il soggetto deviante può essere una persona che non vive particolari stati di sofferenza, che ha un buon contatto con la realtà né incontra grandi difficoltà nella vita di tutti i giorni. E' un grave errore pensare che una persona debba adattarsi passivamente ai modelli socioculturali: non vi sono solo individui malati, ma anche modelli e società malate, e bisogna essere proprio malati per potercisi adattare...
    L'utilizzo della dimensione normativa nella definizione dei Disturbi Psicopatologici ha senso solo rispetto ad alcuni principi etici fondamentali e in rapporto a determinate configurazioni sintomatologiche come quelle psicopatiche/antisociali, che pur non presentando grossi elementi di sofferenza consapevole, sono dagli orientamenti attuali ritenute psicopatologiche.


    Sofferenza e Disturbi Psicopatologici

    Indubbiamente, a caratterizzare la quasi totalità dei Disturbi Psicopatologici è un forte stato di sofferenza interiore e/o la grave compromissione della capacità di gestire le aree fondamentali della vita quotidiana. La dimensione clinico-funzionale del comportamento è quindi cruciale nella valutazione della patologia psichica, anche se in alcune situazioni una condizione patologica, benché invalidante sul piano pratico, può non essere fonte di sofferenza soggettiva, come accade negli Stati Maniacali. Inoltre vi sono patologie, quali molti Disturbi di Personalità, che permettono di conservare un buon adattamento e dove il disagio e la sofferenza investono per lo più la dimensione soggettiva-relazionale.
    Con questo, però, non bisogna pensare che sofferenza sia uguale a psicopatologia. Il dolore, anche profondo e straziante, è una reazione vitale di fronte a determinati eventi. Ed ha i suoi tempi. Diverso è quando diventa una prigione da cui uscire sembra impossibile.
    Ma non è così. Sentirsi meglio è sempre possibile: bisogna imboccare la strada giusta.

    Escher - Castrovalva


    Venire fuori o entrare dentro? La strada verso il benessere

    Queste pagine offriranno una prima informazione su alcuni fra i Disturbi Psicopatologici più comuni, ed anche su qualche Sindrome più rara; iniziare a capire quale può essere il proprio "demone" è il primo passo per affrontarlo. Ma è una lotta in cui è bene non essere soli. Anche Dante, per attraversare l'Inferno, si è affidato alla guida di Virgilio...
    Compito dello psicologo è innanzitutto aiutare chi si rivolge a lui a fare chiarezza ed a comprendere la condizione in cui si trova: il momento della diagnosi è sempre il punto di partenza del percorso verso il miglioramento. Il passo successivo, però, è il lavoro congiunto, della persona che soffre e di chi l'assiste, poiché nessun cambiamento arriva dall'alto; è il nostro impegno attivo a provocarlo. Il fine principale di queste pagine è quindi favorire l'apertura di uno spazio di riflessione critica e introspettiva sulla sofferenza psichica.
    Fermiamoci a riflettere. Una condizione psicopatologica non è solo un insieme di sintomi, una specie di corpo estraneo dal quale ci si deve "semplicemente" sbarazzare, ed il prima possibile. Ciò che succede nella nostra mente, infatti, anche qualora il fattore scatenante iniziale del problema fosse neurofisiologico - non è facile accertarlo, si può al massimo supporlo, in alcune condizioni - è che iniziamo comunque ad elaborare, interpretare, gestire i nostri sintomi in modi che vanno a incidere sulla visione che abbiamo di noi stessi, sui rapporti con gli altri, sulla maniera in cui affrontiamo i problemi di ogni giorno. E' per questo che, in ogni caso, è necessario essere pronti a mettersi in discussione, a riflettere sui molteplici aspetti della propria vita e della propria persona, senza aver timore di aprirci col professionista scelto come compagno in questo viaggio. Non è con noi per giudicarci, ma per comprendere ed aiutarci a comprendere, per sostenerci e indirizzarci nella scelta dei passi che ci guideranno verso la conquista di un miglior equilibrio e benessere.









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